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il manifesto 16/09/07
Dove morde la Celtic Tiger
Il modello irlandese, tra crescita economica e rischio di crisi sociale. Pil alle stelle e «cattiva» occupazione
Orsola Casagrande Christine Graham
La domanda che tutti si pongono è se la Celtic Tiger sia destinata al fallimento o se invece durerà nel tempo. Coniato per sottolineare il boom simile a quello vissuto dalle economie del sud est asiatico, il termine Celtic Tiger è entrato ormai nell'immaginario collettivo europeo e non solo. E continua a essere sinonimo di boom economico, di prosperità. Non v'è dubbio che l'economia irlandese, fanalino di coda in Europa, all'inizio degli anni '90 ha registrato un cambio di passo senza precedenti nella stessa Comunità europea. Se nel 1991 la disoccupazione raggiungeva circa il 20.4%, nel 2006 era stata ridotta al 4.3%. (nel 2001 però era il 3.5%). E se il prodotto interno lordo era nel 1992 inferiore del 20% rispetto alla media europea, nel 2002 era il 4% superiore alla media europea. Questi due dati da soli fanno gridare al miracolo i sostenitori della Celtic Tiger. Anzi, al miracolo che continua. Ma c'è un'altra faccia della medaglia. Per esempio se è vero che l'occupazione è cresciuta dal 56.1% della forza lavoro nel 1997 al 68,1% nel 2006, è altresì vero che la qualità dell'occupazione è estremamente scadente. Rispetto alla fine degli anni '80 oggi lavora il 14% in più delle donne, ma flessibilità e precarietà sono la condizione sine qua non per avere un qualunque (ed è proprio qualunque) lavoro. Privilegiate sono le donne di età compresa tra i 18 e i 50 anni perché soltanto il 37.4% di quelle tra i 55 e i 64 hanno un lavoro. Gli uomini nello stesso gruppo di età sono impiegati al 65.7%. I giovani che hanno abbandonato la scuola prima della maggiore metà rappresentano il 12.3% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni. La disoccupazione per chi lascia la scuola senza completare il corso di studi è del 19% e questo rispetto ad una percentuale dell'8.2% nel totale di quel gruppo anagrafico. Irlanda a due facce Ancora nel 2005 il 6% degli uomini e il 7.5% delle donne si trovavano in condizioni di povertà estrema. Ma il dato che più preoccupa riguarda la percentuale di persone a richio di povertà che in Irlanda è del 20%: una delle percentuali più alte dell'Europa dei ventisette. In un recentissimo studio realizzato per Esri, The Economic and Social Research Institute, Tony Fahey, Helen Russell e Chris Whelan scrivono nelle loro conclusioni che la diseguaglianza sociale in Irlanda non è significativamente cambiata nel periodo della Tigre Celtica. Nei giorni scorsi il Sinn Fein ha promosso un incontro a Dublino per discutere con gli homeless del problema della casa. Uno degli effetti del boom economico in Irlanda e soprattutto nella capitale, è stato infatti il lievitare dei prezzi delle case. A Dublino ci sono, secondo il governo, almeno trecento persone che dormono per le strade ogni notte. «Il numero - dice Mary Lou McDonald, deputata europea del Sinn Fein - è chiaramente maggiore. Ma è comunque inaccettabile, specialmente quando tanti politici e ministri gongolano e straparlano dei risultati della Celtic Tiger. Ma quali risultati? - insiste McDonald - L'anno scorso un lavoratore migrante, costretto a dormire per strada, si è visto amputare entrambe le gambe, ormai in cancrena per il gelo». La Celtic Tiger rimane un mito non solo per chi dorme per strada. «Perché queste trecento persone - aggiunge McDonald - sono la punta di un iceberg. Ci sono almeno tremila adulti senza fissa dimora nella sola Dublino». In quell'incontro si è sottolineato che anche per le quindicimila persone (e il numero è approssimato per difetto) che fanno uso di eroina nella capitale i benefici del boom sono qualcosa di sconosciuto. Chi paga la Celtic Tiger? La domanda da porre, come sostengono i partiti della sinistra irlandese, dal Sinn Fein ai verdi ai socialisti, è un'altra: che beneficio hanno avuto i lavoratori dal boom economico degli anni '90? Qui le cose si fanno più complesse e articolate. C'è più lavoro, si dice. Vero. Ma di che qualità? In genere molto scarsa. Il settore dell'hi-tech, dell'informatica, dei computer, il primo ad espandersi ha portato in Irlanda nuovo lavoro. Ma fabbriche come Siemens o Hp che nella Repubblica hanno trovato un paradiso fiscale (per far uscire dal pantano la moribonda economia irlandese l'Europa ha pompato denaro nelle case dell'isola e ha istituito le zone franche), ben presto hanno confermato di non aver alcun interesse a formare personale in loco. Per ironia della sorte, dagli States dove milioni di irlandesi sono emigrati in passato, sono arrivati in Irlanda yankees super specializzati che hanno occupato i posti migliori, lasciando agli autoctoni le mansioni generiche. Non solo, per abbassare i costi della manodopera altri settori (per esempio quello dell'edilizia) hanno cominciato a impiegare migranti o addirittura a noleggiare lavoratori all'estero. I lavoratori migranti oggi rappresentano più o meno il 10% della forzalavoro. Il caso dei 400 lavoratori turchi della società Gama, senza permesso di soggiorno, segregati giorno e notte nei cantieri dell'autostrada che stavano costruendo è l'esempio più eclatante di questo abuso da parte dei padroni. Per contro i sindacati irlandesi hanno ben presto inaugurato la stagione della concertazione con i padroni, nella speranza di conquistare qualche diritto in più. Ma non è stato così. Come facilmente si poteva prevedere. Al contrario, i lavoratori hanno visto lentamente erosi i loro diritti. I lavori, per chi non era super qualificato soprattutto, sono diventati sempre più precari e malpagati. E le unions hanno cominciato a essere attaccate dagli stessi lavoratori. Che hanno cominciato a scioperare e a reclamare diritti. Una delle vertenze più importanti è stata quella che nel 2005 ha visti coinvolti i lavoratori dei traghetti dei porti irlandesi. Oltre centomila persone sono scese in corteo a protestare contro le condizioni di lavoro e il salario. E al sindacato chiedevono di agire, di tutelarli. Diritti a picco Il 2005 è stato un anno esemplare per molti versi. Sono stati creati quasi 87mila nuovi posti di lavoro, ma parallelamente sono diminuiti i diritti dei lavoratori. La crisi nel settore manifatturiero continua e per esempio sempre nel 2005 sono andati persi 12mila posti di lavoro. Numerose le società straniere che hanno chiuso o hanno delocalizzato altrove. La metà dei posti di lavoro creati nel 2005 sono stati occupati da lavoratori migranti, con conseguente restrizione dei diritti. Ormai la forzalavoro migrante rappresenta il 10% del totale, e nel 2006 è cresciuta del 34%. La maggior parte dei lavoratori migranti è sottopagata. Pochi di loro sa che esiste una minimum wage in Irlanda. E i datori di lavoro hanno rapidamente approfittato della potenziale guerra tra poveri che già è all'orizzonte. In un recente sondaggio per esempio il 63% degli intervistati si è detto convinto che la presenza di lavoratori migranti renda più difficile per gli irlandesi trovare lavoro e contribuisca all'abbassamento dei salari. Da un paio d'anni è in atto una campagna piuttosto sostenuta per «riprendersi il sindacato». Reclaim the unions, non solo per i lavoratori irlandesi ma per tutti i lavoratori.
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Alle origini del «pozzo di San Patrizio»
Tutte le «ragioni» della fortuna economica d'Irlanda, dal viaggio del papa nel 1979 al pompaggio di denaro pubblico dalle casse europee, dalla tendenza all'affermazione come il complesso musicale degli U2, fino alle forme di «autocontrollo» demografico nonostante le crociate della chiesa
o. c.
Ma quali fattori hanno prodotto l'impennata economica dell'Irlanda? C'è chi sostiene che sia stata la proverbiale Irish luck, la fortuna irlandese. Per altri invece il boom economico è stato il regalo portato dalla visita di papa Giovanni Paolo II. Ma questa non è una tesi molto accreditata: era il 1979 e la tigre ha cominciato a ruggire un bel po' di anni dopo e un bel po' di emigrati in più. Gli invidiosi della Celtic Tiger dicono che il merito va piuttosto ricercato nella Comunità europea e nel suo instancabile pompare denaro nelle vuote casse (o era un pozzo di San Patrizio?) dell'isola di Smeraldo. Gli irlandesi, maestri dello story telling, non si sottraggono quando c'è da raccontare una storia. E anche sulla nascita del tigrotto celtico fioriscono leggende. Una dice che, forti dell'iniezione di fiducia data loro dal successo planetario di Bono e dei suoi U2, gli irlandesi si sono rimboccati le maniche per ripetere anche a livello economico i successi della band più famosa dell'isola. Gli economisti più pragmatici sostengono invece che sono molti i fattori che concorrono al successo economico della repubblica irlandese. I soliti sospetti ci sono tutti: i soldi generosamente versati dall'Europa, tasse quasi inesistenti per le corporation, la capacità di persuasione dell'Irish Development Authoriti che ha saputo convincere le multinazionali ad investire in Irlanda (non per la bellezza del paesaggio, s'intende, ma per i favori fiscali). Sulla capacità dell'isola di sfornare lavoratori molto qualificati qualcuno ha qualcosa da ridire visto che, specie le multinazionali, usavano portarsi i lavoratori dai loro paesi di origine. Eppure, nessuno degli usual suspects offre una spiegazione davvero convincente del 'miracolo' della tigre celtica. Alla fine sembrerebbe proprio che la fortuna abbia giocato un ruolo importante nel dare quel twist in più, quel colpetto di cui l'economia irlandese aveva bisogno per decollare. Qualcuno sostiene anche che oltre alla fortuna stavolta lo zampino ce l'ha messo anche il contraccettivo. Nel senso che, diventata finalmente legale la vendita dei contraccettivi nel 1979, le fino ad allora numerosissime famiglie irlandesi hanno cominciato a ridursi. Con buona pace della chiesa cattolica e delle sue crociate. E il fattore demografico, dicono alcuni economisti, aiuta. Perché se nel 1985 un lavoratore aveva a carico 2,3 persone (contro una media europea di 1,5) alla fine degli anni Ottanta, inizi anni '90 le cose hanno cominciato a cambiare rapidamente e nel 2000 un lavoratore irlandese era perfettamente allineato ad un suo compagno europeo quanto a persone a carico. Questo terremoto demografico ha contribuito anche ad un aumento della crescita economica pro capite annua. Insomma se fino all'inizio degli anni Ottanta i figli (davvero tanti) di una coppia irlandese erano quasi condannati ad un destino di emigranti per trovare lavoro, una decade più tardi il trend era inverso. Svariate centinaia di migliaia di figli di emigrati irlandesi sono tornati (o in molti casi, com'è accaduto, si sono recati per la prima volta) nella terra dei padri per andare a lavorare.

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