Palazzo Chigi cala il sipario
di Matteo Bartocci
su Il Manifesto del 27/06/2009
Berlusconi vede la crisi e insiste: basta con la pubblicità ai giornali
«disfattisti». Il presidente del G8 poi rilancia: «Tutti gli organismi
interni e internazionali che parlano di calo del Pil e disoccupazione
chiudano la bocca. Basta, sono un disastro». Tremonti e Sacconi
assistono attoniti al disastro. Stop alle domande dei cronisti
È una crisi senza ritorno. Per Silvio Berlusconi la via d'uscita dal
crepuscolo osceno del suo potere è parossistica e narcisistica. Una
difesa assoluta di sé, del proprio ruolo nella «Storia» e
contemporaneamente un uragano di accuse verso tutti i «disfattisti» che
si ostinano a parlare di una crisi economica che è, sostanzialmente, di
natura psicologica. Non la propria ma quella degli altri. Realtà e
percezione della realtà si intrecciano in un filo inestricabile di
dichiarazioni, accuse e minacce che il premier sciorina per tutto il
giorno tanto in pubblico quanto in privato. Prima al consiglio dei
ministri che vara il decreto fiscale anti-crisi, poi in una riunione di
preparazione del G8 e infine, davanti agli occhi del mondo, in una
conferenza stampa a palazzo Chigi insieme ai super-ministri del Welfare
e dell'Economia e a Pescara all'inaugurazione dei giochi del
Mediterraneo. «Dobbiamo fare in modo che gli italiani tornino ai loro
stili di vita perché non non hanno nessun motivo di ridurre i loro
consumi», è l'esordio. Basta, dunque, con tutte le organizzazioni
interne e internazionali, dal governatore di Bankitalia Mario Draghi in
su, che «un giorno sì e uno no escono e dicono che il deficit è al 5%,
meno consumi del 5%, crisi di qui, crisi di là, la crisi ci sarà fino
al 2010, la crisi si chiuderà nel 2011... Un disastro: dovremmo
veramente chiudere la bocca a tutti questi signori che parlano», è
l'auspicio. Parlano, insiste, perché «magari i loro uffici studi gli
dicono cose che possono verificarsi ma così facendo distruggono la
fiducia dei cittadini dell'Europa e del mondo». Dubbi? «Gli italiani ci
hanno votato e continuano a darci consenso nonostante tutti i miasmi,
le calunnie e i veleni che tentano di lanciarci addosso per
sommergerci». Come si ottiene questo presunto consenso lo rivendica
subito dopo. Non c'è niente di male - ribadisce Berlusconi - nel
«minacciare di non dare la pubblicità ai media che diffondono la
crisi». Il premier conferma l'invito a non dare la pubblicità ai
giornali critici lanciato a Santa Margherita Ligure. Una minaccia che
pure in prima battuta aveva smentito con una nota di palazzo Chigi.
«Non c'è alcuno scandalo», dice invece rivolgendosi idealmente agli
imprenditori, occorre «incentivare l'azione» affinché «editori e
direttori» dei giornali non contribuiscano a diffondere il pessimismo».
Poco conta, come ricordava Giancarlo Aresta sul manifesto di ieri, che
Mediaset da sola abbia 2,2 miliardi di euro l'anno di pubblicità contro
1,4 di tutti i giornali messi insieme. Di fronte alla crisi economica,
ripete il mero proprietario di Mediaset, agli imprenditori bisogna dire
di «continuare a fare promozione perché se di fronte a un calo di
consumi reagiscono diminuendo la pubblicità smettono di premere sui
possibili acquirenti e rinunciano a vendere». Per Papi tutto va bene.
«In pochissimi giorni all'Aquila apriremo il più grande cantiere del
mondo». E anche la Storia, con la maiuscola, si inchina alle sue
capacità. «Nel 2002 - ricorda Berlusconi - ho avuto l'orgoglio di avere
scritto di mio pugno l'accordo tra Alleanza Atlantica e Russia, di
avere convinto Bush e Putin a firmare il Trattato di Roma a Pratica di
Mare. (...) Si era creato di nuovo un clima da guerra fredda, era
indispensabile eliminare questa situazione. (...) Posso dire di essere
stato levatrice di questo accordo tra Russia e Nato, come lo fui a
Pratica di Mare». Che l'asse con Mosca sia in cima alle sue
preoccupazioni lo testimonia il fatto che oggi il premier italiano sarà
l'unico primo ministro dell'Alleanza a partecipare alla riunione del
consiglio Nato-Russia di Corfù solitamente riservata ai ministri degli
Esteri. Mentre Berlusconi è un fiume in piena di fronte ai giornalisti,
il volto di Sacconi e Tremonti è terreo, due maschere che palesemente
vorrebbero essere altrove. Il ministro del Welfare rimarrà spettatore
muto per quasi tutto lo show del Cavaliere. Ma anche Tremonti,
interrotto più volte a colpi di gomito da Berlusconi, è costretto a
capitolare di fronte alla foga del premier. Per esempio quando si
dilunga sui costi bancari, Berlusconi lo afferra per un braccio e
strizzando l'occhio alla platea dice testualmente : «Io non ce la
faccio più... non so come frenare questa cosa del ministro Tremonti
sulle banche». Il portavoce Bonaiuti freme in prima fila, affondato sui
sedili muove le labbra quasi a suggerire le risposte a un premier
incontenibile. Parla a lungo, Berlusconi e non accetta domande. Gli
sguardi dei giornalisti si alternano tra il rassegnato e l'allucinato.
E uno solo, in fondo alla sala, piuttosto giovane, alza le mano e
chiede con pertinenza: «E' vero che volete rinviare la class action? E
quanto costa il decreto che avete approvato?» Tremonti accetta il gioco
democratico ma risponde che non lo sa. Berlusconi fa per alzarsi. E di
fronte alla mano in sospeso del giornalista risponde: «Per caso lei
vuole andare al bagno?». Già prima, accanto al premier austriaco
Faynmann si era sottratto alle domande dei cronisti: «Basta - ha detto
dopo i discorsi di rito - non siete preparati quindi andiamo. In realtà
- prosegue ironico - io e il Cancelliere abbiamo bevuto troppo quindi
daremmo risposte troppo lunghe..». Italia 2009. La sede del governo che
presiede il G8.
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