Politica Italiana
"La verità sulla morte di mio figlio, Carlo Giuliani" di Giuliano Giuliani
Giuliani
da "L'Unità" del 7/01/2002
Caro Direttore, leggo sull Unità del 31 dicembre scorso, nei paginoni
dedicati ai fatti del 2001, Intorno alle 18 un giovane contestatore,
Carlo Giuliani, viene ucciso da un carabiniere mentre partecipa all
aggressione a una camionetta rimasta isolata. Che fatica precisare,
puntualizzare, argomentare! Trattandosi dell Unità, che considero tra i
pochi giornali che si possono leggere senza provare un senso di nausea,
la fatica è sopportabile
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quel che resta di genova
Dieci anni da Seattle, otto da Genova. In mezzo, la parabola del
movimento. Cosa è cambiato da allora? Tutto o quasi. Nel momento in cui
le profezie degli alterglobalisti di qualche anno fa si materlializzano
davanti ai nostri occhi (la crisi, ma anche l'involuzione autoritaria
della democrazia italiana), le piazze si svuotano. Alle grandi
manifestazioni unitarie, con centinaia di realtà diverse (si parlava di
"movimento dei movimenti") si sostituiscono le azioni, spesso isolate,
di piccoli gruppi. Manuele Bonaccorsi, Daniele Nalbone, Maurizio
Pagliassotti Left 14 Luglio 2009 continua...
href="http://esserecomunisti.it/index.aspx?m=77&f=get_filearticolo&IDArticolo=29504
"Il bipolarismo ha ammazzato la sinistra". Intervista a Vincenzo Sparagna
sabato 23 maggio 2009
di Cosimo Rossi
“L’ironia è una componente fondamentale della lucidità”. E con Vincenzo Sparagna, direttore di Frigidaire (oggi in edicola con Liberazione), viene automatico ragionare su quella mancanza di autoironia che invece la dice lunga sulla crisi della sinistra. “Sono mancati la distanza e l’umorismo – osserva – e perciò non si è riusciti a fare un’analisi critica di se stessi”. Ma la sinistra ha anche la responsabilità di aver cavalcato la satira non meno della magistratura contro la destra berlusconiana, così facendo strada a quella degenerazione che è “la satira di regime”. Quando invece la sinistra dovrebbe ricominciare proprio dalla comunicazione: !perché la politica è diventata la sua comunicazione, il modo in cui viene trasmesso il discorso”.
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ferrero bertinotti
Ferrero risponde a Bertinotti: Un errore distruggere tutto
| venerdì 08 maggio 2009 | |
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"In politica troppa confusione può portare al nichilismo". Intervista a Paolo Ferrero di Frida Nacinovich - Liberazione, 8 maggio 2009
Dal congresso di Chianciano è passato quasi un anno, nel mezzo c'è stata perfino una scissione. Può spiegarci?
Nell'intervista Bertinotti riconosce che era sbagliata la linea politica che ha portato Rifondazione comunista nel governo. E dentro questa linea la sua scelta di fare il presidente della Camera. Su quest'ultimo punto la frase testuale è: «Una scelta problematica...». Bertinotti è più netto quando parla dell'esperienza di governo, più reticente quando affronta l'argomento della sua presidenza della Camera. In fondo questo è un dettaglio. Quello che conta è la linea politica. Ferrero ha appena riconosciuto a Bertinotti di aver ammesso l'errore. Tornerete insieme quindi? Il problema è che Bertinotti non tira le conseguenze politiche della sua analisi. La sconfitta della sinistra Arcobaleno è il frutto di una linea sbagliata. Ci spieghi ancora meglio. Bertinotti annuncia il suo voto per "Sinistra e libertà", un raggruppamento politico che fa l'analisi opposta della sconfitta elettorale. Cerchiamo di essere ancora più chiari: cosa divide "Sinistra e libertà" da Rifondazione comunista? Sinistra e libertà" non riconosce che andare al governo è stato un errore. Ecco perché si in lista con i socialisti craxiani e stringe alleanza con il Partito democratico a Napoli, Milano, Firenze e Torino. Insomma, si colloca come corrente esterna del Pd. E non è un caso che nell'intervista Bertinotti non affronti il tema della scissione da Rifondazione. Due partiti, entrambi con il problema capitale di raggiungere il 4% alle europee. Tanto peggio tanto meglio? C'è un fondo nichilista in questa affermazione che non è solo sbagliata ma dannosa. Non servirebbe un bel big bang alla sinistra italiana? Insisto: in quell'espressione c'è un elemento nichilista, che si traduce anche nell'accusa rivolta a Rifondazione di essere affetta da regressione neoidentitaria. Distruggere tutto per poi ricostruire, appunto. Il problema è che la distruzione della sinistra con un Pd in queste condizioni e un Pdl così forte rischia di coincidere con la cancellazione dell'idea di sinistra. Ma Bertinotti dice che senza una tabula rasa la sinistra italiana non può rinascere. Se si avverasse l'auspicio di Fausto l'esistenza stessa della sinistra sarebbe chiusa. Magari una parte di ceto politico finirebbe nel Pd, ma larga parte dell'elettorato si sposterebbe stabilmente nell'unico antiberlusconismo presente. Cioè l'Italia dei valori di Antonio Di Pietro. Un esito devastante, soprattutto perché Di Pietro non è sinistra. La sinistra di cui parla lei è quella che è stata definita di volta in volta neoidentitaria, nostalgica della falce e martello, anche stalinista. Ci attribuiscono una deriva neoidentitaria quando invece abbiamo proposto di fare una lista unitaria per le elezioni europee sulla base dell'appartenenza al Gue, il gruppo unitario della sinistra alternativa a Strasburgo. E' sbagliato confondere la sconfitta della propria linea politica con la possibilità di costruire una sinistra. Quindi, secondo lei di falce e martello c'è sempre bisogno. Il pensare di dover tagliare le proprie radici per esistere è il principio con cui si è suicidata la sinistra in Italia. Un conto è la rifondazione, altro conto l'estirpazione. Si parla sempre di due sinistra, quali sono? A ben guardare la sinistra moderata era già così come è dieci anni fa, invece la sinistra di alternativa si è quasi suicidata nell'esperienza di governo. Il problema oggi è ricostruire la sinistra anticapitalista e comunista, non di fare l'occhiolino a D'Alema. Sempre nell'intervista a "l'Unità" Bertinotti sostiene che dopo Genova Rifondazione si doveva sciogliere e contribuire a creare un partito più grande. Già ai tempi del G8 dissi che Rifondazione comunista avrebbe dovuto essere il motore di una sinistra di alternativa vera ed aggregare altri pezzi. L'intuizione della sinistra europea andava proprio in quella direzione: un contenitore politico cui aveva aderito anche il segretario della Fiom. Poi quell'esperienza è stata sacrificato sull'altare della sinistra arcobaleno. 4% alle europee è davvero questione di vita o di morte? Penso che sia davvero necessario che la sinistra anticapitalista e comunista raggiunga il 4%. Perché è l'unico progetto alternativo sul tappeto. Noi abbiamo scelto di andare del Gue, c'è chi invece ha gettato falce e martello un cambio di un'alleanza con i craxiani. Che posso farci? Ferrero, non si sente "il vecchio", rispetto a un Bertinotti che archivia "falce e martello" nel segno della "nuova nuova sinistra"? Sul piano psicologico l'intervista di Bertinotti fa venire in mente la celebre frase "apres moi le deluge". Ma c'è anche un piano politico: cancellare le proprie radici è un suicidio, come si è visto con Occhetto. Non è un caso che nei paesi latinoamericani - penso ai sandinisti, agli zapatisti , ai boliviani - si tengano invece ben stretto il filo rosso della loro storia. Quando la confusione diventa nichilismo si spiana la strada al bipartitismo, all'alternanza tra simili. |
BERTINOTTI: PERCHE’ SOSTENGO MUSACCHIO E INCORAGGIO SL
In un’ intervista pubblicata integralmente sul sito di Roberto Musacchio , candidato di SL al Parlamento…
In un’ intervista pubblicata integralmente sul sito di Roberto Musacchio , candidato di SL al Parlamento Europeo nella circoscrizione Centro, Fausto Bertinotti spiega le ragioni del suo appello al voto per Roberto Musacchio e il suo incoraggiamento a quelle forze, come Sinistra e Libertà, che si pongono l’obbiettivo della costruzione di una grande sinistra europea.
Con Roberto Musacchio – sostiene Bertinotti – “c’è una lunga collaborazione, una lunga storia comune nel movimento operaio e in Rifondazione Comunista e poi una presenza insieme nel Parlamento europeo nella prima parte della legislatura dove abbiamo lavorato assieme nel Gue. Roberto ha svolto la funzione di capogruppo con passione politica e capacità di applicazione ai problemi della gente, ai conflitti. Ha svolto una funzione di ponte con i movimenti, si pensi, ad esempio, a come ha contribuito alla lotta contro la direttiva Bolkestein: un elemento tra i tanti che parlano di una modalità di presenza in Europa che mi auguro possa proseguire”.
Nella sua intervista Fausto Bertinotti affronta anche il tema della crisi della sinistra politica, ragionando su come e dove la sinistra possa ricominciare.
“Oggi non esistono punti di partenza che si propongano come esclusivi, o da qui o da nessun altra parte” afferma Bertinotti. Per ricominciare occorre “accettare che c’è stata una cesura con il ‘900. ”
Bertinotti è convinto che “se si vuole cominciare occorre partire da un big bang, cioè da una rimessa in discussione di tutto ciò che c’è. Deve nascere un nuovo movimento operaio perchè c’è bisogno di una nuova storia di liberazione da tutte le forme di sfruttamento, alienazione, oppressione che possono ritornare, persino la schiavitù. Mai come oggi le conquiste di mezzo secolo sono in discussione, compresa la democrazia”.
Per queste ragioni Fausto Bertinotti pensa di “ incoraggiare Roberto Musacchio e quelle forze, come Sinistra e Libertà, che si propongono di concorrere alla ricostruzione di una grande sinistra europea.

Lettere su Stalin

Guerriero licenziato in corteo con la Cgil
Loris CampettiOggi sarà a Roma anche lui, lo si potrà trovare dietro lo striscione della Tod's di Comunanza, provincia di Ascoli Piceno. Ieri, invece, era al suo paese, a Roccafluvione ad aggiustare la lamiera del pollaio danneggiata dal forte vento dei giorni scorsi. Di cognome si chiama Rossi, come il presidente della provincia Massimo, noto alle cronache per la più importante sperimentazione del bilancio partecipativo, a Grottammare. Lui, però, operaio calzaturiero del più telegenico dei padroni, Diego Della Valle che l'ha licenziato, di nome fa Guerriero. Nomina sunt omina, un destino. Adesso è costretto a combattere per riprendere possesso del suo posto di lavoro dove per anni si è recato ogni giorno, partendo alle 6 dalla sua casa in campagna per farvi ritorno alle 18. E' delegato della Filtea Cgil, politicamente impegnato come l'altro Rossi, Massimo, nel Prc. Non solo è stato licenziato dal re del made in Italy che è poi il suo padrone. In aggiunta la Tod's «ha prontamente informato la Prefettura, la Questura e il comando dei carabinieri dei comuni di competenza, ritenendo l'atteggiamento assunto dal dipendente fortemente minaccioso e di conseguenza pericoloso per la persona coinvolta», che poi sarebbe lo stesso Della Valle. Che ha combinato di così grave il nostro Guerriero? Ha scritto una lettera al suo padrone per ricordargli che esistono i sindacati con cui gli imprenditori dovrebbero contrattare condizioni di lavoro, salari e tutto il resto. Ma l'elegante padrone della Tod's che dalla trasmissione di Santoro regala analisi, consigli e pacche sulle spalle a politici e lavoratori, i sindacati li vede come il fumo negli occhi. Se fosse lombardo direbbe «ghe pensi mi», ma è marchigiano, dichiara poco (salvo in tv) e agisce molto, tra lui e i suoi prestatori d'opera non vuole intrusi. Dopo aver rifiutato qualsiasi confronto con i sindacati ha deciso di «concedere» unilateralmente un premio, o bonus che dir si voglia; l'ha fatto nel 2008 e l'ha rifatto quest'anno pretendendo che tutti i lavoratori andassero da i suoi amministratori a firmare un sorta di «liberatoria» con cui accettavano il «regalo» fatto ad personam dall'imperatore ai suoi vassalli. Lui, Guerriero, non ha firmato quella lettera e purtroppo è stato l'unico nella sua fabbrica di Comunanza (persino gli altri due Rsu della Cgil hanno ceduto alla fine, così come i due Rsu dell'Ugil e e quello della Uil). «Ogni firma – scrive amareggiato Guerriero - è come un colpo di machete al corpo già martoriato del sindacato». Firme che, come ci raccontano i segretari della Filtea di Ascoli e Fermo, Paola Giovannozzi e Peppe Santarelli, sanno di paura e necessità. E si lamenta, Guerriero, di «un'Italietta da strapazzo fatta di servi, vigliacchi e traditori... e i potenti come te (della Valle, ndr), in questa palude, ci sguazzano». Guerriero ha contestato nella sua lettera vivace e cruda questo sistema da padre-padrone del suo datore di lavoro, tanto amato nei salotti e nei circoli di centrosinistra che ignorano o preferiscono dimenticare le troppe cause per antisindacalità da cui è stato investito; e nella sua lunga missiva, Guerriero ha avuto l'ardire di scrivere: «Sono un semplice operaio che non capisce niente. Sono un povero ignorante figlio di un operaio e una casalinga, cresciuto in una casa di campagna tra l'orto e il pollaio. Questa famiglia così semplice, tuttavia, mi ha insegnato la cosa più importante: la consapevolezza della morte. Quando penso alla morte tutto assume un aspetto diverso. Così, approfitto dell'occasione per ricordarti che anche tu morirai, purtroppo. La tua carne marcirà, come la nostra, divorata dai vermi che se ne fregheranno del tuo conto in banca. In altre parole, puzzerai di morto come noi. Quindi, siccome sulla tua carcassa non cresceranno violette, un po' di umiltà non ti dovrebbe essere gravosa. Chissà com'è, mentre per quasi tutte le persone presenti sembravi un faro, la guida verso il nostro futuro, a me sei sembrato soltanto arrogante e superficiale». Parole che sembrano quelle della poesia di Totò «'A livella», quando «il nobile marchese signore di Rovigo e di Belluno» seppellito al cimitero vicino a «Esposito Gennaro – netturbino» s'indigna perché un potente come lui non può sopportare di stare accanto al pezzente puzzolente: «'Nu rre, 'nu maggistrato, 'nu grand'ommo,/ trasenno stu canciello ha fatt'o punto,/ c'ha perzo tutto, 'a vita e pure 'o nomme:/ tu non t'hè fatto ancora chistu cuntu?». Parole che però, al padrone telegenico che ha tanto a cuore gli operai purché si presentino uno alla volta con il cappello in mano, non sono andate giù. Forse non apprezza l'arte, di sicuro ha «prontamente informato la Prefettura, la Questura e il Comando dei carabinieri». Guerriero ha deciso di non rilasciare dichiarazioni, in attesa che venga vagliata la «procedura d'urgenza articolo 700» fatta dalla Cgil (provinciale di Ascoli e nazionale) per ottenere il reintegro. Poi, qualora la vicenda non dovesse risolversi rapidamente, i sindacati stanno preparando il ricorso unitariamente. Unitariamente si fa per dire: ci sono la Cgil, la Uil e persino la Ugl. Indovinate chi manca? Una cosa, però, Guerriero l'ha già detta a caldo e me la ripete mentre aggiusta il suo pollaio: «Ma quale minaccia, la morte non è una minaccia né un'ipotesi. E' una certezza». Della Valle, con la sua arroganza ha contribuito alla riuscita della manifestazione di oggi. Nelle tre provincie del distretto calzaturiero dove l'uomo dal foulard nero e i braccialetti colorati ha i suoi stabilimenti (Fermo, Ascoli e Macerata, un quarto è a Firenze), i tanti pullman prenotati per Roma si sono rivelati insufficienti a contenere tutti i «lavoratori che non capiscono niente» come Guerriero. In questa Marca ex-pontificia non c'è una tradizione di conflitto, padroncini e operai sono vicini di casa. I primi spesso sono artigiani diventati imprenditori, i secondi sopravvivono con bassi salari alla crisi – che si scarica comunque sugli immigrati e le lavoranti a domicilio - grazie alla casa di proprietà e a un pezzo di terra. Non come i francesi, ma anche i marchigiani, ogni tanto, si incazzano. Quando si incazzarono una quarantina di anni fa, scarpe in mano, fecero un '68. Questa volta la prendono un po' più bassa, per ora, e si traferiscono in massa a Roma. In difesa del contratto nazionale, proprio loro che non riescono a far sedere al tavolo il principale che invece gira nelle «sue» fabbriche spiegando che i sindacalisti non servono a difendere i diritti dei lavoratori ma solo a garantirsi «il loro stipendio». In difesa della loro dignità, partono per Roma, per non essere costretti a presentarsi uno alla volta al cospetto del padrone con il cappello in mano.
Walter, il sogno e il destino
Il Padre del Popolo
Sulla riforma della legge elettorale faremo una denuncia alla Corte Costituzionale
Intervista al Segretario del Prc Paolo Ferrero
di Elena G. Polidori
ROMA, 02.02.09 — Paolo Ferrero, questa legge è la fine di Rifondazione?
«Intanto faremo una denuncia alla Corte Costituzionale. Il ricorso sarà basato sul fatto che la legge verrà approvata in corso d’opera, ovvero quando sono già scattati i sei mesi che l’attuale normativa assegna ai partiti per la raccolta delle firme; ci auguriamo che la Corte si esprima in tempo utile prima dell’apertura delle urne. Poi, ho sempre la speranza che ci sia un ripensamento da parte del Pd e di Di Pietro, ma comunque, come dicono le madri di Plaza De Majo, la lotta che non si combatte è l’unica che si può davvero perdere. Dunque, si combatte».
Vi taglieranno anche i rimborsi elettorali per sopravvivere.
«E’ giusto spiegare alle persone che i soldi che Pd e Pdl tolgono ai piccoli non viene risparmiato dai cittadini, ma se lo mettono in tasca partiti grossi, come quelli composti per lo più da notabili, come Forza Italia, che all’interno non hanno un briciolo di aggregazione»
Lei ha detto: Veltroni vuole ucciderci per qualche voto in più.
«Non solo. Il punto politico che sta alla base di questo accordo è che un leader debolissimo come è Veltroni si fa sostenere da Berlusconi in cambio di un’opposizione finta. E questa è una truffa per chi ha votato il Pd, perchè Veltroni non fa opposizione vera, sta solo tentando di guadagnare qualche voto in più perchè il Pd è in caduta libera e la sua poltrona scricchiola. Non sono sta tentando di uccidere tutta la sinistra, ma sta lavorando anche contro la Cgil e si mostra filo Confindustria. Nella logica dell’autosufficienza del Pd vediamo solo la conseguenza tragica di lasciare l’Italia al governo della destra per i prossimi 300 anni. Ma facendo questi patti scellerati, il Pd si garantisce i posti e le briciole»
Dicono nel Pd che senza lo sbarramento si mandavano in Europa eletti non rappresentativi.
«E’ falso. La verità è che con lo sbarramento saranno eletti solo parlamentari che andranno a far parte di gruppi europei che sostengono la commissione di Strasburgo. In pratica, tutti andranno a governare ( gli eletti di Casini si troveranno nella stressa aggregazione di quelli di Berlusconi) e nessuno farà opposizione, visto che in Europa l’opposizione è rappresentata in maniera forte dalla Sinistra Europea di cui noi facciamo parte»
La legge sarà approvata martedì. Ha pensato al dopo?
«Ci sto già lavorando, ma intanto si rifletta sul comportamento di Veltroni»

Oggi sarà a Roma anche lui, lo si potrà trovare dietro lo striscione della Tod's di Comunanza, provincia di Ascoli Piceno. Ieri, invece, era al suo paese, a Roccafluvione ad aggiustare la lamiera del pollaio danneggiata dal forte vento dei giorni scorsi. Di cognome si chiama Rossi, come il presidente della provincia Massimo, noto alle cronache per la più importante sperimentazione del bilancio partecipativo, a Grottammare.
Lui, però, operaio calzaturiero del più telegenico dei padroni, Diego Della Valle che l'ha licenziato, di nome fa Guerriero. Nomina sunt omina, un destino. Adesso è costretto a combattere per riprendere possesso del suo posto di lavoro dove per anni si è recato ogni giorno, partendo alle 6 dalla sua casa in campagna per farvi ritorno alle 18. E' delegato della Filtea Cgil, politicamente impegnato come l'altro Rossi, Massimo, nel Prc. Non solo è stato licenziato dal re del made in Italy che è poi il suo padrone. In aggiunta la Tod's «ha prontamente informato la Prefettura, la Questura e il comando dei carabinieri dei comuni di competenza, ritenendo l'atteggiamento assunto dal dipendente fortemente minaccioso e di conseguenza pericoloso per la persona coinvolta», che poi sarebbe lo stesso Della Valle.
Che ha combinato di così grave il nostro Guerriero? Ha scritto una lettera al suo padrone per ricordargli che esistono i sindacati con cui gli imprenditori dovrebbero contrattare condizioni di lavoro, salari e tutto il resto. Ma l'elegante padrone della Tod's che dalla trasmissione di Santoro regala analisi, consigli e pacche sulle spalle a politici e lavoratori, i sindacati li vede come il fumo negli occhi. Se fosse lombardo direbbe «ghe pensi mi», ma è marchigiano, dichiara poco (salvo in tv) e agisce molto, tra lui e i suoi prestatori d'opera non vuole intrusi. Dopo aver rifiutato qualsiasi confronto con i sindacati ha deciso di «concedere» unilateralmente un premio, o bonus che dir si voglia; l'ha fatto nel 2008 e l'ha rifatto quest'anno pretendendo che tutti i lavoratori andassero da i suoi amministratori a firmare un sorta di «liberatoria» con cui accettavano il «regalo» fatto ad personam dall'imperatore ai suoi vassalli. Lui, Guerriero, non ha firmato quella lettera e purtroppo è stato l'unico nella sua fabbrica di Comunanza (persino gli altri due Rsu della Cgil hanno ceduto alla fine, così come i due Rsu dell'Ugil e e quello della Uil). «Ogni firma – scrive amareggiato Guerriero - è come un colpo di machete al corpo già martoriato del sindacato». Firme che, come ci raccontano i segretari della Filtea di Ascoli e Fermo, Paola Giovannozzi e Peppe Santarelli, sanno di paura e necessità. E si lamenta, Guerriero, di «un'Italietta da strapazzo fatta di servi, vigliacchi e traditori... e i potenti come te (della Valle, ndr), in questa palude, ci sguazzano». Guerriero ha contestato nella sua lettera vivace e cruda questo sistema da padre-padrone del suo datore di lavoro, tanto amato nei salotti e nei circoli di centrosinistra che ignorano o preferiscono dimenticare le troppe cause per antisindacalità da cui è stato investito; e nella sua lunga missiva, Guerriero ha avuto l'ardire di scrivere: «Sono un semplice operaio che non capisce niente. Sono un povero ignorante figlio di un operaio e una casalinga, cresciuto in una casa di campagna tra l'orto e il pollaio. Questa famiglia così semplice, tuttavia, mi ha insegnato la cosa più importante: la consapevolezza della morte. Quando penso alla morte tutto assume un aspetto diverso. Così, approfitto dell'occasione per ricordarti che anche tu morirai, purtroppo. La tua carne marcirà, come la nostra, divorata dai vermi che se ne fregheranno del tuo conto in banca. In altre parole, puzzerai di morto come noi. Quindi, siccome sulla tua carcassa non cresceranno violette, un po' di umiltà non ti dovrebbe essere gravosa. Chissà com'è, mentre per quasi tutte le persone presenti sembravi un faro, la guida verso il nostro futuro, a me sei sembrato soltanto arrogante e superficiale». Parole che sembrano quelle della poesia di Totò «'A livella», quando «il nobile marchese signore di Rovigo e di Belluno» seppellito al cimitero vicino a «Esposito Gennaro – netturbino» s'indigna perché un potente come lui non può sopportare di stare accanto al pezzente puzzolente: «'Nu rre, 'nu maggistrato, 'nu grand'ommo,/ trasenno stu canciello ha fatt'o punto,/ c'ha perzo tutto, 'a vita e pure 'o nomme:/ tu non t'hè fatto ancora chistu cuntu?». Parole che però, al padrone telegenico che ha tanto a cuore gli operai purché si presentino uno alla volta con il cappello in mano, non sono andate giù. Forse non apprezza l'arte, di sicuro ha «prontamente informato la Prefettura, la Questura e il Comando dei carabinieri». Guerriero ha deciso di non rilasciare dichiarazioni, in attesa che venga vagliata la «procedura d'urgenza articolo 700» fatta dalla Cgil (provinciale di Ascoli e nazionale) per ottenere il reintegro. Poi, qualora la vicenda non dovesse risolversi rapidamente, i sindacati stanno preparando il ricorso unitariamente. Unitariamente si fa per dire: ci sono la Cgil, la Uil e persino la Ugl. Indovinate chi manca? Una cosa, però, Guerriero l'ha già detta a caldo e me la ripete mentre aggiusta il suo pollaio: «Ma quale minaccia, la morte non è una minaccia né un'ipotesi. E' una certezza». Della Valle, con la sua arroganza ha contribuito alla riuscita della manifestazione di oggi. Nelle tre provincie del distretto calzaturiero dove l'uomo dal foulard nero e i braccialetti colorati ha i suoi stabilimenti (Fermo, Ascoli e Macerata, un quarto è a Firenze), i tanti pullman prenotati per Roma si sono rivelati insufficienti a contenere tutti i «lavoratori che non capiscono niente» come Guerriero. In questa Marca ex-pontificia non c'è una tradizione di conflitto, padroncini e operai sono vicini di casa. I primi spesso sono artigiani diventati imprenditori, i secondi sopravvivono con bassi salari alla crisi – che si scarica comunque sugli immigrati e le lavoranti a domicilio - grazie alla casa di proprietà e a un pezzo di terra. Non come i francesi, ma anche i marchigiani, ogni tanto, si incazzano. Quando si incazzarono una quarantina di anni fa, scarpe in mano, fecero un '68. Questa volta la prendono un po' più bassa, per ora, e si traferiscono in massa a Roma. In difesa del contratto nazionale, proprio loro che non riescono a far sedere al tavolo il principale che invece gira nelle «sue» fabbriche spiegando che i sindacalisti non servono a difendere i diritti dei lavoratori ma solo a garantirsi «il loro stipendio». In difesa della loro dignità, partono per Roma, per non essere costretti a presentarsi uno alla volta al cospetto del padrone con il cappello in mano.
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